E’ questa la nostra risposta alla crisi economica?

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Non so voi, ma avere degli schiavisti come vicini di casa (e non parlo solo dei cinesi arrestati, ma soprattutto della rete che ha fatto finire questa merce nei negozi della nostra provincia) non mi lascia indifferente, come non mi hanno lasciato per nulla indifferente i servizio di Report Disoccupati del Lusso e Una poltrona per due .

Attendiamo risposte. E che siano degne di un paese e di una comunità che si considera civile.

Carlo Reggiani

PS: il 9 febbraio, dopocena, tenetevi liberi: parleremo di legalità a Villafranca. Dettagli nei prossimi giorni.

da L’Arena OnLine del 27/01/2010

Laboratorio clandestino cinese
scoperto a Villafranca: due arresti

Villafranca. Le fiamme gialle di Villafranca, in collaborazione con funzionari dell’Inps di Verona, hanno scoperto un laboratorio clandestino cinese e individuato quattro lavoratori in nero, due dei quali sono stati arrestati per violazione delle norme sull’immigrazione clandestina. I due cinesi in manette erano già colpiti da provvedimenti di espulsione, emessi dalle Questure di Milano e Reggio Emilia. Avevano solo cambiato città senza allontanarsi dall’Italia. Denunciato anche il titolare della ditta per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, non nuovo a questo tipo di reato e già denunciato a marzo del 2009. L’azione è stata resa difficoltosa dalla presenza all’esterno dell’azienda di telecamere posizionate per prevenire eventuali controlli. I finanzieri hanno aggirato l’ostacolo arrivando al capannone attraverso i campi. Nel laboratorio venivano prodotti giubbini di una griffe famosa, capi che solitamente, secondo le indicazioni delle Fiamme Gialle, si possono trovare esposti in vendita ad oltre 800 euro in diversi negozi della provincia di Verona, mentre per la loro realizzazione all’artigiano cinese venivano pagati 27 euro a capo.

AGGIORNAMENTO: la notizia è dell’11 gennaio scorso, ma ci tocca comunque molto da vicino (dal Gazzettino OnLine)

Rosarno padovana: «Costretto a vivere in stalla e a lavorare 12 ore al giorno»

La denuncia: anche a Nordest c’è chi vive come uno schiavo
«Pagati pochi euro e picchiati, ma solo pochi denunciano»

di Donatella Vetuli

PADOVA (11 gennaio) – Picchiati e sottopagati. Costretti a lavorare nei campi anche per 12 ore al giorno. C’è chi è fuggito, come la ragazza romena con le mani corrose dall’acqua, c’è chi ha avuto il coraggio di denunciare il datore di lavoro che lo pestava e lo obbligava a dormire in un giaciglio, nella stalla.

Non siamo in Calabria, ma nelle ordinate campagne del Nordest, dove lo sfruttamento e l’apartheid sono comune denominatore per i tanti lavoratori stranieri stagionali. L’allarme arriva dalla Cgil. «Al Sud il fenomeno è più visibile, perchè ha un riscontro mediatico – afferma Alessandra Stivali, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil di Padova – ma anche da noi le condizioni degli immigrati in agricoltura, soprattutto nelle coltivazioni più diffuse, di patate e radicchio, sono drammatiche, e purtroppo sconosciute. Spesso si tratta di lavoratori in nero, con salari da fame. Seguiamo ancora il caso di un ragazzo marocchino che era stato assunto in un’azienda agricola nel Piovese. Era obbligato a lavorare 12 ore al giorno, veniva pagato 4 euro all’ora e viveva nella stalla. Maltrattato e picchiato. Lui ha avuto coraggio: ha denunciato il datore di lavoro».

Secondo gli ultimi dati dell’osservatorio regionale sull’immigrazione, gli stranieri occupati a tempo determinato, in tutto il Veneto, sono 36 mila. In provincia di Padova 2592, oltre il 7 per cento, lavorano nell’agricoltura, 1764 nel turismo. La nazionalità più rappresentativa è quella romena, mentre i marocchini sono i più numerosi tra gli extracomunitari. «Purtroppo in agricoltura il lavoro nero è diffusissimo – afferma Alessandra Stivali – ed è naturalmente difficile quantificarlo. Ma anche per gli oltre 2500 regolari, la situazione non è facile. In molti casi non vengono retribuiti secondo contratto, non percepiscono più di 3 o 4 euro all’ora, dovendo impegnarsi tutta la giornata. Hanno paura di ribellarsi, paura di perdere il permesso di soggiorno. Qualche tempo fa una ragazza romena, assunta in un’azienda agricola padovana, è scappata. Stava nell’acqua 13 ore al giorno a coltivare radicchio. Le mani corrose, una condizione disumana. Il problema è che quello dell’agricoltura è un mondo difficile da controllare anche per la molteplicità di piccole aziende che lo compongono e che non producono tutto l’anno. E con i venti di crisi attuali, la situazione è ulteriormente peggiorata: orario ridotto a condizioni disperate».

E per chi viene chiamato a un lavoro stagionale, c’è anche la trappola burocratica. Continua Alessandra Stivali: «Spesso le procedure per i permessi di soggiorno sono talmente lunghe che quando gli stranieri arrivano da noi il lavoro non c’è più».

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